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Alcuni di questi strumenti sono parte del Museo digitale della fondazione!
Sebbene i quasi trecento anni di uso abbiano inevitabilmente consumato la superficie di questo violino, la prima cosa che colpisce prendendolo in mano è la sua vernice: di colore rosso cupo, acceso, perfettamente trasparente, dall’aspetto al tempo stesso sottile e pastoso. Una vernice veneziana modificata secondo il gusto raffinato che i liutai cremonesi avevano sviluppato in duecento anni di esperienza e tradizione. Il modello della cassa è originale di Pietro, progettato a partire dai modelli della famiglia Guarneri ridisegnati in maniera personale: particolarmente caratteristico è il design delle cc e delle punte, che si discosta in maniera netta dalla tradizione cremonese in cui Pietro era stato educato e che suggeriscono piuttosto un confronto con l’opera coeva di suo fratello, Giuseppe, il liutaio oggi celebre con il soprannome “Guarneri del Gesù”.
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Luciana Pavarotta
Musicisti Passati
Daniele De vitis
Sandra Raimondi
All’inizio del Settecento, il violoncello non aveva ancora una connotazione musicale precisa né misure e caratteristiche liutarie ben definite: a Cremona i principali liutai avevano sperimentato strumenti più o meno grandi e si erano ormai generalmente attestati sulle dimensioni che sono oggi considerate ottimali, di cui viene indicato come paradigmatico il modello di Stradivari definito “forma B”. Fuori Cremona però, i liutai continuavano a costruire violoncelli di misure varie: a Venezia, ad esempio, per tutta la prima metà del Settecento vennero realizzati strumenti di grande dimensione e molti di questi violoncelli sono oggi ancora in uso dopo un’opera di rimaneggiamento e rimpicciolimento della cassa. Vivendo in un centro con una grande attività musicale e non molto distante da Cremona, Rogeri doveva essere informato sulle tendenze sviluppate dai Rugeri, Guarneri e Stradivari, ed era probabilmente anche attento alle richieste dei musicisti per cui lavorava, che cominciavano ad interessarsi a strumenti in grado di permettere loro un’attività virtuosistica che fino a pochi decenni prima i violoncellisti non contavano di poter percorrere. Questo violoncello presenta una cassa armonica un poco più corta della misura che i liutai cremonesi avevano stabilito essere ideale, ma la larghezza tra le cc, al contrario, è maggiore. Per avere un’idea, il modello che Stradivari usa in questo periodo è lungo 75,6 cm e largo al centro 23, questo di Rogeri è lungo 73, 4 cm e largo 25. La maggior larghezza della cassa compensa la minor lunghezza: il volume interno dello strumento resta molto simile a quello di Stradivari. La comodità che offre una cassa più corta è bilanciata dal minor spazio per l’arco provocata dalla larghezza al centro. Ai tempi di Rogeri il ponticello prevedeva un maggior spazio tra le corde rispetto a quanto in uso oggi, e la larghezza della cassa non creava problemi al musicista. Con l’evoluzione della tecnica violoncellistica nell’Ottocento il ponticello è divenuto più alto e più stretto, e questa larghezza di cassa si presenta oggi una misura limite al di sopra della quale l’uso dello strumento sarebbe poco agevole. Lo strumento è interamente realizzato con legni di qualità eccellente: la tavola armonica è in due pezzi di abete a vena rettilinea di larghezza ideale, il fondo le fasce e la testa sono in acero con una marezzatura molto marcata e regolare, che nel fondo pende verso il lati e anche nelle fasce si presenta piuttosto inclinata. Le bombature sono realizzate con maestria, la scelta degli spessori è personale e basata sull’esperienza di Rogeri piuttosto che sulla ripetizione di schemi e misure della tradizione e dei suoi maestri e precursori cremonesi.
Per molti anni questo violino è stato considerato opera di Giovanni Battista Rogeri e datato ai primi anni del Settecento. Questa attribuzione deriva dall’etichetta interna allo strumento, un’etichetta a stampa certamente antica e abbastanza credibile, che riporta il nome di Giovanni Battista e, aggiunta a mano a penna, la data 1701. In realtà lo stile dello strumento rimanda in maniera chiara alla mano di suo figlio Pietro Giacomo. La caratteristica forse più rivelativa dello stile di Pietro Giacomo sono le punte, molto lunghe e dall’aspetto a uncino, che seguono comunque il profilo della punta delle fasce, ; una parte questa realizzata con una notevole maestria tecnica, seguendo un design deliberatamente estremo, che sviluppa un’idea su cui i liutai cremonesi avevano ragionato a lungo e che ancora nel periodo in cui questo violino fu realizzato era in discussione: basti pensare a come negli stessi anni Stradivari, Bergonzi e Guarneri del Gesù idearono tre diverse e personali soluzioni, procedendo nella direzione opposta a quella scelta da Rogeri. Un altro aspetto stilistico molto personale è il modello dei fori armonici, correttamente posizionati nella tradizione cremonese ma con un profilo che richiama piuttosto lo stile che negli anni successivi svilupperanno i liutai veneziani: le aste risvoltano in direzione degli occhi superiore e inferiore, delimitando palette che terminano con un lato quasi parallelo alla linea di mezzeria centrale dello strumento, laddove in uno strumento classico cremonese questo lato terminale sarebbe piuttosto a 45°. Anche la larghezza dell’asta, sottile e quasi costante, rivela la personalità dell’autore e l’originalità della sua ricerca.
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Aurora Boreali
Elena Giannuzzi
Simon Peterson
Questa viola di Giovanni Paolo Maggini ha più di 400 anni ed è lo strumento più antico presente nella collezione della Fondazione pro Canale. Ai tempi di Maggini, gli strumenti della famiglia del violino erano agli albori della loro storia e non esistevano ancora misure standardizzate: le viole in particolare venivano costruite prevalentemente di un formato molto più grande di quello in uso ai nostri giorni. Date le sue misure, questa viola è particolarmente importante in quanto risulta essere uno dei più antichi esemplari di un formato vicino a quello che oggi consideriamo normale.
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Enrico Rossi
Musicisti Passati
Mario Bianchi
Opera della maturità di Antonio Stradivari, questo violino è un capolavoro pienamente rappresentativo del livello di eccellenza che il maestro cremonese raggiunse nel periodo della maturità. Lo strumento reca l’etichetta a stampa con il testo Antonius Stradivarius Cremonensis Faciebat e l’aggiunta a mano della data, che oggi si legge 1716. In realtà, una comparazione stilistica del violino con altre opere stradivariane suggerisce di spostarne la data di costruzione indietro di circa un decennio: la data in origine era probabilmente 1706 ed è stata alterata forse anche solo nel maldestro tentativo di renderla più leggibile dopo uno sbiadimento dell’inchiostro. Testimoniano questa vicenda la descrizione ottocentesca dello strumento nelle note manoscritte del liutaio parigino Charles-Eugène Gand e anche più direttamente una fotografia ripresa durante un intervento di restauro nel 1967.
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Susanna Ferraris
Musicisti Passati
Ennio Miriani
Giuseppe Felici
Linda Brosio
Carla De Filippi
I primi violini di Antonio Stradivari datano al 1666, quando il liutaio aveva 22 anni. Per lungo tempo Antonio costruisce strumenti restando fedele allo stile cremonese definito da Nicolò Amati e solo a partire dal 1690 comincia a discostarsi dai modelli tradizionali, modificando la misura e il modello della cassa dei suoi violini. Questo periodo di sperimentazione dura fino ai primi anni del Settecento, quando il Maestro cremonese stabilizza la lunghezza del suo modello di violino, abbinata ad un profilo di nuova concezione e soprattutto a uno sviluppo delle bombature e degli spessori di tavola e fondo originali e rivoluzionari. Si è soliti attribuire a questo violino la data 1702, ma per scelta dei materiali, modello della cassa e altri dettagli, lo strumento richiama altre opere stradivariane del periodo iniziale del suo percorso di sperimentazione, intorno al 1690. È possibile che fondo e fasce dello strumento siano stati costruiti in un momento, e piano armonico e testa in un altro, nella bottega Stradivari, forse in sostituzione di quelli precedenti.
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Enrico Rossi
Antioni Conti
Maria Verdi
Questo violino è un capolavoro di Santo Serafino, liutaio veneziano di grande abilità, particolarmente attento alla cura dei dettagli e alla finezza delle lavorazioni. Nella scelta dei modelli l’opera di Santo è generalmente ispirata al lavoro della famiglia Amati di Cremona: questo violino in particolare è dichiaratamente costruito sul modello di uno strumento dei Fratelli Amati, liutai attivi più di un secolo prima, come testimonia un cartiglio interno che Santo si era fatto preparare stampato riportante la scritta: Ad exemplar Antonii & Hieronymi Amati Cremonensium. Sopra questo cartiglio è presente anche la normale etichetta di Serafino, datata 1740.
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Mario Rossi
Musicisti Passati
Maria Fedi Lippi
Pedal Behringer
Viale Vittorio Veneto 20, Milano